La camicia

Mercoledì scorso sono andata in centro a passeggiare. Era molto freddo, un freddo sopraggiunto improvvisamente, insieme al sole, come se avessero deciso improvvisamente di andarsene a braccetto per una giornata, così, per stupire un po’ di persone. Non che ci sia molta gente in centro il mercoledì, specialmente quel mercoledì, col gelo che ci faceva ringraziare le FFP2. L’idea era dare un’occhiata e trovare, tra i concittadini, qualcuno che potesse ispirarmi per una nuova storia.

Ho incontrato persone che si recavano in farmacia, al bar, in edicola e a caccia delle ultime rimanenze dei saldi. Qualcuno in chiesa, ma la porta era chiusa e sono tornati indietro. I negozi non erano del tutto vuoti. Lo sappiamo bene che, in tempo di saldi, sugli espositori compaiono abiti mai visti, risalenti allo scorso anno e forse anche di più, ma che importa se puoi recuperare un vestito a dieci euro e una maglietta a cinque?

Mi sono ricordata di quando, da ragazzina, andavo a fare spese con mia madre. Godevo di una sorta di libertà di scelta pilotata. Arte da genitori. Sei libera, ma solo in un ambito molto molto ristretto. Per fortuna, almeno per quando riguarda gli abiti, non sono mai stata troppo esigente. L’importante era che: non pungessero, non stringessero, non facessero effetto signorina per bene.

Avevo begli abiti, allora, più di quelli che posso permettermi con l’attuale bilancio familiare ed erano anche abbastanza alla moda. Nonostante il mio apparente conformismo, tuttavia, per i miei amici ero comunque strana. 

Erano gli anni ottanta. Non avrei mai pensato che negli anni ottanta si potesse essere eccessivamente colorate, eppure io lo ero. 
Adesso vesto quasi sempre di nero.
Sono caduta nell’equivoco in cui cadono molte donne: se hai superato di venti chili il tuo peso ideale, il nero sfina. Non ci credo neanche io, eppure è pratico e per questo finisco per sceglierlo.

Quella mattina sono entrata anche io nel negozio di una nota catena di abbigliamento e subito ho notato una camicia rossa, con una stampa geometrica a contrasto. Era della mia taglia. Non una stampa di quelle che preferivo, ma ho sempre amato il rosso, tanto quanto ho sempre avuto paura di indossarlo, e mi sembrava quasi un miracolo. L’ho presa, mi sono messa davanti allo specchio e l’ho accostata al corpo, per vedere come si combinava con la mia carnagione. Bella. Bella, bella. Ero pronta a comprarla, per solo dodici euro. Che svolta mi sono detta e mi è persino serpeggiata in testa una storia, un bozzetto. La protagonista era una signora di mezza età che si regalava proprio quella camicia, con quella esatta stampa geometrica. L’ho vista entrare nel negozio, andare in camerino e mentre si sfilava la maglia verde scuro lo specchio le restituiva una vista impietosa. Impietosa secondo lei, secondo le sue amiche, secondo me. Un corpo non solo non più giovane, ma sformato dagli ormoni. E dalla noncuranza. Era la mia vista, era il mio sguardo, era il mio giudizio. Ero io.

Ho riportato la camicia al suo espositore e subito dopo è stata presa da una donna sui trent’anni. L’ho immaginata andare in ufficio e ricevere il complimento delle colleghe.

Io sono uscita con una comoda felpa nera.

È stata colpa di quel mercoledì, ne sono sicura. Poca gente, troppo freddo. Troppi giudizi. Dovrò tornare tra la folla, quando il chiacchiericcio degli altri mi impedisce di immaginare e di pensare. Quando mi vedo come una persona tra le altre e non come il personaggio di un triste romanzo.

P.S. La foto è di una camicia trovata su Shein (non è pubblicità, non ho idea se sia valida o meno).

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